PLASTICA, UN MERCATO NELLA TEMPESTA
Certamente non è il solo, ma lo sconquasso attuale si è abbattuto su di una situazione già compromessa dal difficile confronto con la globalizzazione della filiera europea della plastica
“I problemi più complessi hanno soluzioni semplici, facili da comprendere e sbagliate“: è la “Legge di Grossman”, un vero monito contro la semplificazione e la banalizzazione che vorrebbe trovare vie d’uscita agevoli e tranquillizzanti anche alle situazioni più complicate, dove i fattori da prendere in considerazione sono moltissimi e maledettamente interrelati tra di loro.
La plastica e i suoi mercati, e tra questi quella “nicchia” ancora più complicata che è il riciclato, vivevano già una fase di estrema turbolenza ed incertezza prima che lo scenario internazionale venisse stravolto definitivamente da ulteriori “venti di guerra”, figuriamoci la difficoltà di fare previsioni in un contesto totalmente straordinario e in continuo cambiamento.
Ad inizio 2026 l’”outlook” di medio periodo evidenziava infatti il rischio che il permanere di prezzi bassi dei petroli continuassero a penalizzare il riciclato e che i mancati controlli (soprattutto sull’import extra UE) di riciclato di dubbia origine (da intendersi anche se effettivamente “riciclato”). Queste criticità ponevano le basi per un disallineamento strutturale:
- l’offerta di materiale riciclato in Europa superava la domanda reale in fatto di quantità e in fatto di richiesta economica per assicurare ai riciclatori la sostenibilità;
- i target normativi europei sempre più sfidanti in fatto di riciclo e di utilizzo di riciclato non erano così supportati dal mercato.
Al disallineamento strutturale si accompagnava una polarizzazione geografica, con una crescente concentrazione in Asia (e soprattutto in Cina) della produzione sia di vergine che di riciclato “low cost”, e l’Europa, dove si concentra invece la regolazione e la domanda “green”, incapace di sopperire alla potenziale domanda con le proprie produzioni economicamente insostenibili e, quindi, sempre più destinata a divenire importatrice netta sia di vergine che di riciclato, necessitando quindi di misure regolatorie e, di fatto, protezionistiche per completare la sua “transizione ecologica” delle plastiche senza azzerare il suo comparto industriale.
D’altro canto il settore delle materie plastiche in Europa si inserisce in un contesto macroeconomico debole, con produzione industriale fragile e domanda prudente, per cui negli ultimi anni la crisi ha assunto una natura sempre più strutturale, con riduzione della capacità produttiva lungo tutta la filiera chimica europea. Le chiusure di impianti e dismissioni nei segmenti di monomeri e polimeri (inclusi PE e PP) su scala europea hanno già sottratto oltre 15 milioni di tonnellate di capacità. Questo processo di dismissione ha aumentato la dipendenza dalle importazioni riducendo la resilienza del sistema industriale.
Se questi erano i presupposti, figuriamoci cosa può essere successo con l’esplodere dei “venti di guerra” in Medio-Oriente e i relativi impatti sui traffici globali: il prezzo del petrolio, che era indicato come fonte di rischio in quanto “troppo basso”, è passato ad una fase di convulse variazioni al rialzo, con picchi compresi tra il +50% e oltre il +100% rispetto ai livelli precedenti, trascinando con sé in un regime di totale volatilità l’intera filiera delle materie plastiche, quindi monomeri e polimeri.
Il problema diviene così la disponibilità: in uno scenario che aveva infatti già visto il progressivo smantellamento dell’industria europea della plastica e in cui le importazioni sono fondamentali, il blocco dei commerci internazionali crea problemi di shortage e dà sempre più potere a chi, come la Cina, detiene oggi la maggiore quota di capacità su larga scala nei principali polimeri, con un’incidenza stimata fino a circa il 75% in alcuni segmenti, ridisegnando gli equilibri di offerta globale e accentuando la dipendenza delle altre aree geografiche.
In una situazione di simile turbolenza e di prezzi ad andamento sincopato, per altro, non manca chi, in diversi punti della filiera, sta realizzando eccellenti extra-profitti essendosi trovato con i magazzini pieni di materiale acquistato a prezzi bassi e rivenduto a prezzi moltiplicati a seguito degli aumenti causati dalla congiuntura internazionale.
Anche sul lato della domanda, d’altra parte, il quadro resta disomogeneo: reggono le infrastrutture (anche per l’”effetto PNNR”, ma edilizia, automotive e manifattura continuano, e continueranno probabilmente a mostrare debolezza. In questo quadro, nel complesso, la domanda non è quindi sufficiente a trasferire pienamente a valle gli aumenti dei costi (energia, materie prime, logistica) e le incertezze circa la disponibilità di polimeri, comprimendo i margini industriali.
La tenuta delle filiere industriali per il 2026 resta quindi un forte punto di criticità e, anche se la guerra in Medio Oriente finisse, ora ci vorrebbero comunque almeno due anni perché tutto si ristabilizzi…ma pensare che basti la fine del conflitto per aggiustare tutto è appunto una di quelle soluzioni semplici e rassicuranti che, ahimè, sono di norma sbagliate….
Certo che se ci fosse stata una cabina di regia nazionale tecnica, tanto auspicata dagli imprenditori del C.A.R.P.I., composta da attori del settore e da esperti delle istituzioni, con il ruolo di monitorare le diverse situazioni, (confusione normativa aumento dei prezzi e dei costi, crisi aziendali, problemi di mercato ecc. ecc.) e dotata della possibilità di trovare e proporre misure sensate “in tempo reale”, fondamentali in una situazione tanto incerta e fluttuante, sicuramente ci sarebbero state delle indicazioni operative più forti a favore delle aziende….. e meno ritardi e confusioni…




