Proviamo a “leggere” la crisi dei mercati del riciclo delle materie plastiche sviluppando un percorso argomentativo forse leggermente inedito.
L’entrata in vigore del Regolamento UE 2024/1157 ha introdotto notevoli restrizioni e carichi burocratici derivanti dai maggiori controlli sui trasferimenti transfrontalieri, divieti di esportazione verso i Paese non OCSE e l’obbligo di utilizzo della piattaforma digitale europea DIWASS per la tracciabilità delle spedizioni, cui si aggiungono operatori stranieri disinformati ed in difficolta nell’applicare le procedure e autorità fuori dell’UE che tendono spesso ad applicare le norme a loro libera interpretazione per non dire discrezione.
Il forte restringimento delle possibilità di esportazione, ha inevitabilmente portato alla necessità di sviluppare maggiormente gli impianti di riciclo europei e di aumentare la domanda di materie prime seconde in Europa, con il rischio di saturare il mercato interno e, di conseguenza, di assistere al crollo dei prezzi di mercato per aumento del materiale disponibile e calo della “domanda”.
Proprio la “domanda” è l’altro corno del problema: sinora si è cercato soprattutto di stimolarla attraverso provvedimenti volti ad “obbligare” i produttori di beni e imballaggi (cioè i “trasformatori” di materie plastiche) a utilizzare quote minime di materiale riciclato (CAM per gli acquisti delle Pubbliche Amministrazioni, percentuali obbligatorie di plastica riciclata negli imballaggi, ecc.), possibilmente in combinazione con misure tese a far sì che il riciclato utilizzato sia di origine nazionale ed europea.
Queste misure coercitive, tuttavia, sono sicuramente utili nell’immediato, ma incidono poco su di un dato ancora abbastanza evidente: il riciclato fatica enormemente a farsi largo sul mercato per le sue proprie qualità e per il suo “valore strategico”.
Questa difficoltà si può spiegare in primo luogo con la criticità legata al prezzo, per cui, specialmente per applicazioni a valore aggiunto e valore simbolico scarsi, i costi più bassi del polimero vergine continuano a rappresentare una leva decisiva. La plastica riciclata infatti, che nella tradizione della “cultura industriale” dei trasformatori è stata storicamente percepita come “seconda/terza scelta” e per questo, necessariamente, più economica, nel momento in cui si presenta sul mercato a prezzi più elevati del vergine risulta poco attrattiva.
C’è poi però un altro segmento di mercato, quello dei beni ad alto valore aggiunto e a forte contenuto simbolico, prodotti da grandi imprese molto attente alla “Responsabilità Sociale d’Impresa” e a mostrarsi sensibili ai valori ambientali.
In teoria queste imprese dovrebbero puntare con decisione sul riciclato, utilizzandolo come leva competitiva, eppure ciò in qualche caso avviene ma in molti altri no. Si usa poca plastica da riciclo e, anche quando lo si fa, lo si comunica poco e, preferibilmente, utilizzando canali e strumenti selettivi rivolti a pubblici di consumatori ritenuti più sensibili, ma spesso evitando di far passare l’informazione al pubblico “di massa”.
Le ragioni di tanta cautela sono essenzialmente legate alla percezione “povera” che una quota importante di consumatori ha ancora del riciclato, che contrasta spesso clamorosamente con i prezzi di vendita dei prodotti che lo contengono, per cui chi produce il bene teme che la notizia troppo diffusa della presenza di riciclato lo “svaluti” agli occhi del consumatore-tipo, che potrebbe per questo ritenere troppo elevato il prezzo richiesto per acquistarlo.
Qui è evidente un gap informativo del consumatore, che generalmente ignora non solo il valore ambientale del riciclato, ma anche che, specialmente per i prodotti ad alto valore aggiunto, la materia prima con cui il bene è prodotto costituisce una minima parte del prezzo richiesto e che questa incidenza è pressoché identica sia che si tratti di materia vergine che riciclata.
In questo scenario, è quindi necessario che l’intera filiera lavori per “nobilitare” il materiale riciclato, e la parola chiave non può essere che “trasparenza”: “trasparenza” nell’assicurarne la piena tracciabilità per sottrarlo all’aurea di illeceità che tende ad alleggiare intorno a tutto ciò che ha a che fare con i rifiuti, ma, soprattutto, “trasparenza” per far comprendere ed apprezzare ai consumatori che parlare di “circolarità” senza che il diffuso utilizzo dei materiali riciclati divenga cosa normale che moltiplica e non riduce il valore percepito dei prodotti che li contengono è solo uno slogan vuoto, un cedimento alle tecniche sofisticate e subdole del “green washing”.
Occorre quindi una sorta di “patto di filiera” che coinvolga tutti gli attori che la compongono, abbandonando le cautele e i retro-pensieri, per rendere il riciclato centrale, “noto e famigliare” per il consumatore, partendo magari proprio dalla migliore comprensione dell’effettiva evoluzione delle percezioni dei consumatori stessi, al di là delle dichiarazioni di principio e delle posizioni “politicamente corrette” di facciata.
Conoscenza, trasparenza e condivisione rappresentano i principali motori dell’accettazione e dello sviluppo: favoriscono consapevolezza, partecipazione e crescita. Al contrario, la critica fine a sé stessa, la polemica sterile e i pregiudizi difficilmente producono risultati utili.




