Prima il green new deal, ora la transizione ecologica diventa un altro percorso ad ostacoli?
Abbiamo sempre creduto che l’”economia circolare” fosse una grande opportunità non solo per l’ambiente, ma anche per gli attori economici che vi si impegnano. Proprio perché convinta di questo, la filiera italiana del riciclo delle plastiche in questi anni ha investito e sperato, contando sul fatto di essere “dalla parte giusta della storia” e, per questo, destinata a raccogliere i frutti di tutto l’impegno e dei tanti sforzi.
Oggi queste sicurezze non esistono più, non solo minacciate da un’evoluzione del mercato particolarmente sfavorevole, ma anche da scelte politiche e normative che rischiano di rivelarsi sempre più delle vere e proprie zavorre.
In tal senso, già dallo scorso mese di novembre avevamo segnalato come incombessero tre novità normative gravide di rischi:
- la prima: la Direttiva UE 2024/1203 sulla tutela penale dell’ambiente, che ha inasprito le pene e allungato i termini di prescrizione, a dimostrazione del fatto che chi lavora in questo settore viene percepito come un “delinquente potenziale”, a prescindere dalle proprie colpe e dal valore — spesso altissimo — che produce rispetto ai riconoscimenti ricevuti;
- la seconda: il Regolamento imballaggi UE 2025/40 (PPWR), con cui dal 12 agosto le imprese hanno dovuto iniziare a prendere confidenza, investendo ancora soldi, pur in attesa – alla data odierna – dei relativi atti di esecuzione e atti delegati;
- la terza: il Regolamento (UE) 2024/1157 sulle spedizioni transfrontaliere di rifiuti, nato con l’obiettivo di migliorare la tracciabilità e bloccare i traffici illeciti, ma che di fatto ha solo generato un complesso labirinto normativo, bloccando completamente l’attività delle imprese.
Eravamo stati facili profeti, purtroppo: tra maggio ed agosto questi tre “pesi massimi” hanno cominciato a riversare i loro effetti sulle imprese, in un contesto internazionale che ha visto nello stesso periodo anche l’ennesimo strappo verso l’alto di tutti i costi energetici.
Il risultato è che la situazione per le aziende tende sempre più a peggiorare, facendo rapidamente rivedere al ribasso previsioni e aspettative.
Il quadro odierno è infatti quello di un settore che rischia la paralisi, vedendo progressivamente soffocata la sua capacità operativa quotidiana e la sua sostenibilità economica, imbrigliato com’è tra costi in continua ascesa, incertezze interpretative, ritardi applicativi delle normative e carichi burocratici crescenti. Tutto ciò in una situazione di mercato che vede l’industria petrolchimica europea attraversare un momento di forte crisi, con la progressiva chiusura dei siti produttivi nel continente, e, quindi, con la prospettiva di subire nel medio periodo un’invasione di produzioni extra-europee a prezzi fortemente rincarati.
Per questo l’intero comparto, che comprende le imprese di raccolta, riciclo, servizi e trasformazione, si trova oggi a navigare a vista, senza trovare nelle istituzioni un interlocutore “forte” in grado di fornire risposte, ma piuttosto potendole percepire solo come un “comminatore” di sanzioni sempre più esasperate. In pratica le aziende ad oggi si arrangiano senza sapere cosa aspettarsi dalla politica e, loro malgrado, si ritrovano costrette a farcela da sole come sempre.
È questo stato delle cose che ci porterebbe a dire che la transizione ecologica si è trasformata da opportunità industriale ad insostenibile percorso ad ostacoli, in cui sopravvive chi riesce a schivarne di più, ma vogliamo restare, ancora per un po’ almeno, ottimisti.
È infatti grazie a questa capacità di resilienza e a questo ottimismo che ribadiamo, una volta ancora, la soluzione che abbiamo già ripetutamente indicato pubblicamente e nelle debite sedi istituzionali: introdurre gradualmente ma “da subito”, senza aspettare le scadenze previste dal PPWR, l’obbligo di utilizzare polimeri riciclati di produzione nazionale per realizzare manufatti, e non i soli imballaggi, stimolando così la domanda di “riciclato” e reagendo così al gap economico che oggi rende troppo conveniente l’impiego di risorse vergini.
Alla luce di tutto questo sorge una domanda: qualcuno si sta rendendo conto delle conseguenze di quanto sta accadendo?
Siamo leader nel riciclo e possediamo le tecnologie più avanzate in casa nostra, eppure rimaniamo incredibilmente i primi a non volerle sfruttare appieno e a nostro vantaggio.




