Dal globale al particolare: se c’è l’intenzione di tutelare la filiera del riciclo Made in Italy, occorrono interventi concreti. Il punto di vista del Consorzio C.A.R.P.I.
È passato più di un anno dai primi segnali lanciati da C.A.R.P.I. sulla necessità di tutelare la filiera del riciclo italiano.
Come avevamo già allora intuito, il nostro settore è venuto a trovarsi al centro di una “tempesta perfetta”, pressato tra nuove normative di dubbia interpretabilità e, ancor più, di incerta applicazione, da una crisi geopolitica internazionale come non se ne vedevano da 80 anni e da un mercato globale delle materie plastiche in vorticoso (e certo non favorevole) cambiamento.
Ma andiamo con ordine.
Sul fronte normativo, il settore si trova a dover affrontare norme poco flessibili come: la Direttiva UE 2024/1203 sui reati ambientali, il Regolamento PPWR sugli imballaggi e il Regolamento UE 2024/1157 sulle spedizioni transfrontaliere di rifiuti. Quest’ultimo, che nelle intenzioni doveva introdurre restrizioni sulle esportazioni extra Ue e nuove regole digitali per la gestione dei flussi transfrontalieri, nei fatti ha completamente bloccato l’operatività delle aziende: infatti, oltre a mancare di regimi transitori, trova in fase di attuazione le più disparate interpretazioni applicative da parte degli Stati che devono applicarlo, cui si aggiungono i tempi incerti di risposta da parte delle autorità italiane. Di conseguenza le aziende, trovandosi nella impossibilità di esportare, iniziano a raggiungere la saturazione degli stoccaggi. In questo periodo di crisi che sta raggiungendo il suo apice magari un po’ più di buon senso e flessibilità sarebbe servito a tutti.
Per questo motivo, la UE dovrebbe a fermarsi per ragionare, fare il punto della situazione e capire cosa non funziona, prima che la smania di produrre un apparato normativo “perfetto” finisca per uccidere le imprese, dopodiché l’unica constatazione possibile sarebbe il classico: “l’intervento è riuscito perfettamente ma il paziente è morto”.
Sul piano geopolitico è inutile entrare in dettagli che esulano da questo contesto: la prolungata instabilità in Medio Oriente (senza dimenticare che il fronte ucraino è “torrido” ormai da più di 4 anni) incidono enormemente non solo sui costi energetici, ma rallentano anche la domanda globale, compresa quindi quella di polimeri, contribuendo a produrre uno scenario che non lascia spazio a facili ottimismi e che vede quanto la strada verso la fine del 2026 rimanga in salita.
Il mercato attuale delle materie plastiche, infine, è il prodotto di un vorticoso processo di cambiamento iniziata molti anni fa, i cui “frutti” sono ormai evidenti ed innegabili, sui quali la crisi geopolitica internazionale è calata come vera “ciliegina sulla torta”, a tutto danno soprattutto dell’industria europea.
I pesanti contraccolpi macroeconomici hanno provocato il crollo della produzione del greggio, arrivata nei momenti più critici a 4,1 milioni di barili al giorno, e hanno intaccato le scorte mondiali, scese ai minimi storici dal 1983 per contenere i prezzi.
Inevitabilmente, quindi, sono saliti i prezzi dei monomeri come l’etilene e il propilene, per cui l’Europa in questo contesto vive il paradosso di costi elevati dell’etilene, prezzi record dell’LDPE vergine e rincari dei trasporti navali, fattori che stanno compromettendo la competitività delle nostre imprese a favore di competitor come USA, Cina, India e Turchia.
Parallelamente, la capacità produttiva tende più a concentrarsi: la Cina, che detiene già oltre il 60% delle quote di mercato globali, si appresta a mettere a terra altri 30 milioni di tonnellate di nuova capacità, generando volumi di export di PE e PP in forte aumento che inonderanno i mercati internazionali.
Il risultato finale sarà una grande domanda dall’Europa con una risposta di prezzo sicuramente elevato da parte del produttore “quasi unico”, dal momento che l’industria petrolchimica europea nel frattempo sta consumando la fase finale del suo declino, stretta tra vincoli normativi e pratiche commerciali molto aggressive da parte proprio della Cina, che in questi anni ha messo sul mercato enormi quantitativi di polimeri vergini a prezzi ultra competitivi, che hanno contribuito a fiaccare in Europa sia l’industria del vergine che quella del riciclato.
Questo scenario deve far riflettere il nostro sistema manifatturiero, considerando che l’Italia figura al quinto posto globale tra i paesi importatori di PE e al quarto per il PP, con un’Europa fortemente esposta all’importazione di polipropilene, anche considerando la proposta indiana di dazi anti-dumping e l’impatto del “dazio zero” sui polimeri statunitensi diretti in UE: il mercato europeo rischia infatti di trasformarsi nel bacino di sbocco di surplus produttivi esteri a prezzi da svendita.
Di fronte a un settore petrolchimico tradizionale che in Europa viaggia verso una fase di chiusura e ristrutturazione, diventa quindi ineludibile chiedersi come si collochi l’industria italiana del riciclo meccanico della plastica e come evitare che l’economia circolare rimanga solo una bella intenzione teorica sopraffatta dalle dinamiche globali.
Il materiale vergine ed il materiale riciclato sono uno figlio dell’altro, e ambedue necessitano l’uno dell’altro, per cui con un giusto equilibrio e con un po’ di buonsenso e collaborazione si può andare ovunque.
Come sempre per dare risposte concrete in questo momento sarebbe significativo consultare gli imprenditori che, con i loro staff, lavorano ogni giorno nel settore comprendendone dinamiche e soluzioni, mentre le istituzioni con tempi e metodi certi, dovrebbero svolgere il ruolo di “facilitatori” creando provvedimenti concreti e snelli, volti a tutelare e supportare il mercato interno, stimolando la domanda senza esasperare la burocrazia.
Le risposte richiedono però coraggio, visione strategica e pragmatismo, partendo dal riconoscimento del valore “Made in Italy” e del “Made in Eu” del rigenerato come risorsa industriale che garantisce sicurezza di approvvigionamento di fronte alla volatilità delle materie vergini d’importazione.




