Essere realisti e concreti non significa essere pessimisti. Il 2025 conferma l’Italia tra le grandi potenze nell’industria del riciclo meccanico dei rifiuti plastici. Almeno, così sembra sulla carta. Ma basta grattare la superficie per vedere affiorare crepe profonde. Il motore rigenerativo del Paese – fatto di imprese resilienti e visionarie – è alimentato da un’energia sempre meno stabile, sempre meno accessibile. I dati parlano chiaro: l’incertezza cresce. E mentre il mondo si chiude su sé stesso, tra tensioni e conflitti, i decisori restano a guardare. Stretti tra proclami di circostanza e rinvii di fatto. Così, l’intero settore si ritrova in trincea. Senza protezione, senza strategia, senza un piano industriale atteso da anni. Costretto a difendersi da solo.
Leggiamo i dati, non i proclami. Non siamo negativi, ma concreti e realisti.
L’Italia infatti è prima in Europa per riciclo, ma anche per pressione burocratica sulle imprese. Prima nei risultati ambientali, ma ultima per fiducia nella Pubblica Amministrazione. In sintesi, siamo leader nei numeri che però poggiano su fondamenta fragilissime.
Bollette insostenibili, forniture a singhiozzo, costi fuori controllo. Un dato su tutti fotografa la situazione: al 16 luglio 2025, l’Italia paga l’elettricità il 20% in più rispetto a Spagna e Germania, e addirittura il doppio rispetto alla Francia. Inoltre il prezzo dei carburanti, benzina e diesel, è tra i più alti in Europa.
Ma chi tiene davvero in piedi la filiera del riciclo meccanico dei rifiuti plastici? Sono le imprese, ogni giorno in campo contro costi energetici imprevedibili, forniture instabili e norme che mutano a vista. Una battaglia quotidiana e senza scudi contro burocrazia e volatilità dei mercati. Ogni sistema ha un punto di rottura e il nostro si sta avvicinando. Il quadro normativo italiano è caotico e frammentato, rallenta i cantieri, intralcia il PNRR, frena la competitività. Secondo un’indagine condotta dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI) e citata da uno studio realizzato dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, “il 90% delle imprese italiane ha dichiarato di avere del personale impiegato per adempiere agli obblighi normativi”, mentre in Francia il dato si è attestato all’87%, in Germania e Spagna rispettivamente 84% e 82%, contro una media europea dell’86%
L’export rallenta, il coraggio di rischiare pure. L’Italia primeggia in questo ambito tra le grandi economie europee, ma a quale costo? Eccelliamo nella gestione del rifiuto, ma l’export di questi supera i limiti gestionali dell’economia interna. Il recupero energetico? Dimenticato. Così ci troviamo a dipendere dall’estero per un’energia che potremmo in parte generare già a casa nostra.
Con quale coerenza si chiede alle imprese dell’economia circolare di investire, se ogni giorno si confrontano con margini ridotti e scenari instabili? È inutile tracciare rotte se si ignora l’umore dell’equipaggio. Il rischio? Lasciare con le spalle al muro chi tiene in piedi l’intero sistema.
E sicuramente gli ultimi percorsi disegnati dall’Ue in campo ambientale non si traducono in un qualcosa di positivo per le imprese, costrette ad avere a che fare con un Regolamento imballaggi ed una normativa legata all’export dei rifiuti molto stringenti e che creeranno non pochi problemi in fase di adozione in un Paese come il nostro, già caratterizzato da una burocrazia estenuante ed una politica industriale assente.
Le competenze però ci sono, ma da sole non bastano: servono tutele, visione, responsabilità.
Il quadro energetico è il vero crash test della politica industriale. L’energia va garantita: stabile, sostenibile, accessibile. E bisogna investire per conquistare questa autonomia. Serve uno sguardo nuovo: rivolto a chi lavora, a chi trasforma un rifiuto in valore, a chi tiene viva l’economia reale. Sono le aziende e gli imprenditori che con la loro resilienza silenziosa tengono vivo un comparto chiave, continuando a produrre, innovare, resistere, pur avvicinandosi al limite. L’industria della filiera dell’economia circolare non può farcela da sola. Servono visione, tutele, responsabilità, collaborazione e tanta fiducia. In particolare da chi dovrebbe supportarla.




