Dicembre è il mese dei bilanci, dei programmi per il futuro e un po’ anche delle speranze. Il 2025 è stato difficile per la filiera del riciclo delle materie plastiche, che sembra essersi addentrata in uno stato di crisi strutturale.
L’impressione è quella di trovarsi in mezzo alla “tempesta perfetta”, in cui l’andamento in forte decrescita dei prezzi delle plastiche “vergini” e di quelle riciclate, importate attraverso un mercato ormai globalizzato e dai controlli fragili, si è incontrato con i prezzi esorbitanti dell’energia, da cui è particolarmente afflitta l’Italia, e con i crescenti costi di smaltimento degli scarti.
In questa situazione le imprese della filiera del riciclo operano in un difficile contesto economico, perché a fronte di costi industriali incomprimibili, il mercato offre alternative di materiali sia “vergini” che riciclati a prezzi nettamente inferiori, provenienti per lo più dalla Turchia e dal Far East, ma anche dagli Stati Uniti (almeno relativamente al “vergine”).
E’ giunto quindi il momento di passare dal dire al fare: l’”economia circolare” non può più essere una bella suggestione da sventolare nei convegni e da usare per operazioni che spesso sanno tanto di greenwashing, ma deve essere sostenuta “sul campo”.
Diventa più che mai necessario per le filiera italiana ed europea della plastica, intese nella loro interezza dai produttori di materia prima fino ai riciclatori, trovare compattezza e unità di intenti. Sia dal punto di vista strategico, che da quello tattico. Evitando fughe solitarie che porterebbero il segmento a far la fine dei “capponi di Renzo” che litigavano proprio mentre venivano condotti ad un amaro destino.
Ci troviamo in un momento cruciale dove contano la collaborazione e il lavoro di squadra, evitando protagonismi, immobilismo e miopia che indebolirebbero la Filiera, privandola di credibilità nel momento cruciale.
Questa crisi di filiera va letta nell’ambito delle criticità di più ampio respiro che affliggono il settore petrolchimico e, in generale, quello manifatturiero europeo, all’apparenza incapaci di reggere alla concorrenza aggressiva e spregiudicata che giunge da “vecchi” e “nuovi” paesi fuori dal continente, contraddistinti da un minore rispetto degli standard sotto i profili: qualitativi, ambientali e sociali, oltre che dal vantaggio di costi energetici frequentemente inferiori.
Per tornare al “semplice” comparto della filiera del riciclo della plastica, sarebbe auspicabile sostenere il mercato delle materie prime secondarie introducendo, seppure con gradualità, l’utilizzo di riciclato nella realizzazione di nuovi prodotti (sia imballaggi che non-imballaggi) ovunque ciò sia tecnicamente compatibile e in piena sicurezza per il consumatore, anticipando così l’entrata in vigore del PPWR.
Per evitare poi che l’aumento di richiesta di materiale riciclato che deriverebbe da questo provvedimento vada ad alimentare prevalentemente l’offerta extra europea è poi comunque necessario studiare leve economiche per tamponare l’afflusso di riciclati extra – UE, dotarsi di strumenti di controllo efficaci e praticabili in tempi rapidi per verificare e tracciare conformità, qualità e provenienze effettive delle importazioni, cominciando dall’introduzione di codici doganali che distinguano il riciclato dal “vergine”, e infine, potenziare e valorizzare le certificazioni di qualità del riciclato europeo.
Il 2026, che nasce sotto questi auspici non certo rassicuranti, sarà poi quello in cui cominceranno a produrre i loro effetti tre provvedimenti comunitari di grande impatto come la Direttiva UE 2024/1203 sulla tutela penale dell’ambiente, il Regolamento 2024/1157 sulle spedizioni di rifiuti cominceranno a produrre i loro effetti e il nuovo Regolamento imballaggi (PPWR), che recentemente la Commissione Europea ha confermato nel suo impianto, escludendolo dall’introduzione nell’”Environmental Omnibus”, che avrebbe di fatto riaperto completamente i giochi, procrastinando lo stato di incertezza per tutti gli operatori economici.
Sono tutte grandi sfide per il comparto della Filiera del riciclo della plastica, che deve affrontarle dimostrando unità d’intenti, a cominciare dal “tavolo” aperto presso il MASE sulla crisi del settore, facendo sempre presente che senza riciclatori la circolarità della plastica non può esistere, tanto più in una filiera “aperta”, per cui il riciclo necessita di soggetti specializzati che lo realizzino, e che questi soggetti devono essere radicati in Italia ed in Europa, salvaguardando un patrimonio industriale di conoscenze e professionalità di cui le aziende Italiane sono state pioniere fin dagli anni ’70 del secolo scorso.




